Pagina:Commedia - Paradiso (Imola).djvu/36

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paradiso


acume smania, che mai flOQ aveva provata sì viva. und ella Beatrice che vedea me si com io che vedeva me al par di me stesso aprio la bocca per parlare pria eh io 1’ aprissi a di- mandai’ a ricercar tal cagione a quietarmi i animo comosso per quietarmi l’animo agitato dall’insolito portento e comintio a dirmi: tu stesso ti fai grosso col faL9o imaginar tu stesso ti fai ottuso d’intendimento falsamente ritenendo di essere in luogo diverso da quello in cui ti trovi si che non vedi ciò che vedresti se i avessi scosso sì che non vedi quanto vedresti se avessi scosso da te quel falso immaginare, tu non sei in terra si come tu credi come falsamente ritieni ma fol4jore ch’ è lume di fuoco apparente fra nubi divise e rotte: il fulmine poi è fuoco espulso con impeto fugendo il proprio sito togliendosi dal proprio natural luogo non corse con tanto impeto come Ìu corresti che a esso riedi ritorni al sito della folgore, cioè al cielo del fuoco ovvero al cielo luogo originario delle anime, come la terra lo è de’ corpi. Dante ora colla scienza e virtù ascendeva al cielo ,conìe una volta per l’ignoranza e pci vizi precipitava alla valle, secondo il primo canto dell’ Inferno. Dante schiarito da un dubbio sentiva sorgerne un altro, e cioè come egli vestito di carne potesse passare pci lievissimi corpi eelesti. Considerava egli la umana miseria nel corpo suo. Plinio scrive — qual cosa è più misera dell’ uomo, concetto nel lezzo di lussuria, nutrito di sucido alimento che il pudore vieta di nominare, debole a segno, che, prima di uscire dall’utero, basta il puzzo di estinta candela ad ucciderlo, e nato muore al pungolo di una zanzara, e per un pelo nel latte che gli traversi la gola: egli è ospizio di tutte le contingenze, ricettacolo d’ogni immondezza, soggetto di malattie, ricovero di bisogni, ricco solo di dolori, di stenti, di pene e (li periDigitized by Google