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308 libro quarto


CAPITOLO NONO

La malattia di Colombo aggrava. — Egli riconosce che si approssima la sua fine: depone il suo testamento olografo nelle mani del notaro della Corte. — Errore degli storici e de’ biografi intorno alla data di questo testamento e delle disposizioni relative a dona Beatrice Enriquez. — Ultimi sacramenti dati all’Ammiraglio. — Sue supreme parole. — Sua morte avvenuta il giorno dell’Ascensione. — Viaggi postumi dell’Ammiraglio.

§ I.

Dopo la morte della Regina, le forze dell’Ammiraglio scemavano lentamente. La vigoria della sua potente organizzazione, logora da sì lunghe fatiche, aggravata dai patimenti, non essendo più sostenuta dalla presenza d’Isabella, venne meno improvvisamente. La natura ripigliava i suoi diritti. L’energia della sua volontà fu la sola che ritardasse gli effetti di una distruzione che sembrava imminente.

Quando, per iscoprire lo stretto, egli si era rimesso in mare a settant’anni, dopo di averne passati quaranta a navigare, Colombo non aveva spiegato meno eroica audacia che nella sua prima spedizione. Già più volte, infermo per oftalmia e per gotta, egli dovette patire in questo viaggio privazioni, fatiche e intemperie indicibili, alle quali succumbettero giovani marinai de’ suoi equipaggi, e di cui suo fratello l’Adelantado, non ostante la sua atletica complessione, sentiva ancora le conseguenze più di un mese dopo sbarcato1. Inoltre, gli si era riaperta una delle sue antiche ferite; le sue mani e i suoi piedi doloravano della gotta, e il male si era disteso nelle parti principali del corpo. Nonostante la sua calma apparente, e la sua stoica ritenutezza di parole, la perdita d’Isabella aveva aperto nel suo cuore una piaga, da cui sfuggiva a goccia a goccia la sorgente della sua

  1. “Tu tio ha estado muy malo, y está de las quijadas y de los dientes”. — Cartas de don Cristobal Colon á su hijo don Diego Colon