Pagina:Cristoforo Colombo- storia della sua vita e dei suoi viaggi - Volume II (1857).djvu/363

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capitolo decimo 343

cure, senza gustarne le dolcezze. Ma come dubitare che non sia stato marito perfetto, dacchè si mostrò padre così affettuoso?

Il marinaro, la cui infanzia era stata provata duramente nel navigare i mari del Levante, aveva pel suo primogenito, che fu sì presto privo di madre, viscere veramente materne: lo amava colla tenerezza previdente che avrebbe avuto dona Filippa se fosse vissuta: careggiava di pari affetto il secondonato Fernando. La schietta compiacenza con cui parla di questo fanciullo, perfino nelle sue lettere ai Re, e il modo con cui loro lo raccomanda ci dicono di quale squisita sensibilità er’animato il suo cuore di padre.

A considerarlo quale capo di casa, vediamo Cristoforo essersi chiarito in ogni incontro così scrupoloso zelatore del proprio dovere che si affezionò tutte le persone che lo servirono. La sua egualità di carattere, la giustizia da cui non si dipartiva mai, la bontà colla quale moderava la sua vivacità, la sua mansuetudine, la paternità delle sue previdenze pe’ suoi scudieri e pe’ suoi servi gli avevano guadagnato l’affetto di tutti quelli che vivevano a’ suoi stipendi. Uno solo gli fu ingrato, il qual non era nè soldato, nè marinaro, nè gentiluomo; ma una specie di leguleio improvvisato, un formalista, amator di raggiri e litigi, il giudice Roldano; epperò, parve, che, vergognando del suo procedere, riconoscesse i torti che aveva verso il suo benefattore. Tutti coloro ch’ebbero l’onore di far parte della casa dell’Ammiraglio conservarono una specie di culto per la sua memoria.

V’ebbero scrittori che faticarono per conoscere qual era stata la causa prima della convinzione di Colombo e della determinazione in cui venne di scoprire il Nuovo Mondo. Alcuni pensarono che aveva nozioni matematiche superiori a quelle del Suo secolo; che a lui prima d’ogni altro fu noto l’uso dell’astrolabio, del quarto-di-cerchio; e sopratutto garbò attribuire ai versi quasi sibillini di una tragedia di Seneca, intitolata Medea1,

  1.           Venient annis sæcula seris,
              Quibus Oceanus vincula rerum
              Laxet, et ingens pateat tellus,