Pagina:Cristoforo Colombo- storia della sua vita e dei suoi viaggi - Volume II (1857).djvu/456

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436 libro quarto

rori dello spaventevole momento della morte. Egli desiderava cosi vivamente possedere il suo Creatore nella vita eterna, che prescrisse di far celebrare, il giorno delle sue esequie, una messa in onore dei Santi Angeli, con paramenti bianchi, per esprimere la sua gioia e ringraziar Dio di avergli così presto permesso di abbandonare la prigione di questo mondo1.

Quando giunse il dì fatale, la morte trovò don Fernando preparato a riceverla. Ella s’impadronì lentamente di una preda che non faceva alcuno sforzo per ritardare il suo giungere: nondimeno rispettò le sue facoltà intellettuali. La vita si ritraeva a poco a poco. Aveva l’agonizzante ricevuto gli ultimi Sacramenti: le sue estremità inferiori si freddavano; pareva che la vita rifuggisse al cuore. Due ore avanti l’ultimo momento, don Fernando chiese gli fosse recato un piatto pieno di terra, e comando che glielo versassero sul capo e sul volto: chi lo assisteva credette che delirasse, perciò nessuno si mosse: a quella disobbedienza, don Fernando fece uno sforzo, allungò la mano verso il piatto, vi prese un pugno di terra, e se ne cosparse pronunziando queste parole della Chiesa memento homo quia pulvis es, et in pulverem reverteris2. Questa fermezza cristiana toccò il cuore di tutti gli astanti; quanto a lui, già separato dal mondo, parlava segretamente al Signore, di cui sperava la misericordia: indi, rompendo tutto ad un tratto il silenzio dell’agonia, e levate le braccia, sclamò: Te Deum laudamus! e l’anima sua volò al cielo.

  1. “Se diga una misa de los angeles cantada con ornamentos blancos, para denotar el alegria que dose tener él que sale de carcel deste mundo.” — Declaraciones del Testamento de D. Hernando Colon que hizo su albacea y amigo el licenciado Márcos Felippe, relator de la Audiencia Real de grados de Sevilla. — Coleccion de documentos ineditos para la historia de España, tomo XVI.
  2. “Dos horas antes que muriese demandó un plato de terra, y trujeron lo que no sabian para que lo queria, y mandó que se la echasen en rostro, y pensado que no tenia sentido y echaban ninguna, y enojose y metió la mano en el plato, y hincho el puño y echósela en cima del rostro y de los ojos diciendo en latin, etc...” — Carta de Sevilla escrita per Julio de 1539 á D. Luiz Colon, Almirante da las Indias.