Pagina:Cuoco - Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Laterza, 1913.djvu/252

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
242 lettere a vincenzio russo

noi tanto biasimiamo. Temo molto che, volendo fare una costituzione che piaccia ai filosofi, non si produca la desolazione de’ popoli.

Io distínguo in ogni forma di governo il diritto dall’esercizio del diritto. L’oggetto del diritto è la felicitá pubblica, ma essa non si ottiene se non esercitando i diritti. La costituzione piú giusta è quella in cui ciascuno conserva i diritti suoi; ma quella sola costituzione, in cui l’esercizio di questi diritti produce la felicitá, merita il nome di costituzione regolare.

È facile rimontare all’origine, analizzar la natura del contratto sociale, far la dichiarazione de’ diritti dell’uomo e del cittadino; ma far che l’uomo, non sempre saggio e di rado giusto, non abusi de’ diritti suoi, o ne usi sol quanto richiegga la felicitá comune, hoc opus hic labor. Quindi io reputo quasiché inutili tutte le ricerche che si fanno per sapere qual sia il piú giusto de’ governi; non ne troveremo allora nessuno: contentiamoci di sapere qual sia il piú regolare. Spesso noi perdiamo il governo regolare per voler cercare il giusto.

I1 governo democratico (tu intendi bene che il nostro non è tale) potrá forse essere il piú giusto, ma non può esser regolare se non dove il popolo sia saggio; il monarchico potrá non esser giusto, ma, ogni volta che il monarca sia saggio, è sempre regolare. Ma un sovrano saggio sul trono è meno raro di un popolo saggio ne’ comizi.

I piú regolari de’ governi, dice Aristotile, sono quelli dove gli ottimi governano; io vi aggiugnerei quello dove coloro che governano sono ottimi. Or, siccome il principio corruttore di ogni governo è l’amor di se stesso, che può sull’uomo piú dell’amor della patria; cosí, quando ti riesca estinguere questo amor di se stesso, farai che gli ottimi governino; quando, non potendo estinguerlo, ti riesca impedirne gli effetti, farai sí che quei che governano siano ottimi. Dall’uomo non conviene sperar tanto per la volontá che egli abbia di fare il bene, quanto per l’impotenza in cui sia di far il male. Ogni volta che l’uomo potrá fare una legge a suo vantaggio e potrá farla eseguire, sii pur certo che la fará ad onta di tutte le considerazioni di pubblico bene.