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202 Cuore infermo

dormissero? Un quarto d’ora? Mezz’ora? Quanti minuti, quanti? Il romorìo fitto, incessante della pioggia le impediva di accertarsi che un silenzio completo regnasse nella villa. Bisognava aspettare. Avere pazienza, molta pazienza. Solo così avrebbe saputo con chi era partito Marcello. Aveva le chiavi in mano, guardandole come trasognata; domattina la cameriera sarebbe rientrata pian piano a ripigliarle. Sino a domattina vi era tempo. Ce ne voleva molto ancora perchè i servi fossero addormentati profondamente? Dieci altri minuti sarebbero bastati? Come passare quei dieci minuti, come divergere il suo pensiero? Balbettare un’orazione al Signore, un’orazione lunga e senza senso? Oh! almeno cessasse per un istante l’uragano, per udire se nulla più si muovesse dintorno!

Prese il suo scialle e lo riadattò sul capo, annodandolo dietro la vita, come aveva fatto poco innanzi. L’impazienza l’aveva sopravvinta. Rigida, senza guardare innanzi a sè, lasciando la sua camera illuminata, per entrare nel buio dei salotti, dei saloni e delle anticamere, camminando senza fare un rumore, si diresse verso la scala a chiocciola che conduceva al terrazzo. Stringeva nella tasca dell’abito il biglietto di Marcello e le chiavi. Aprì la porta di basso, salì la scaletta lentamente, aprì la porta di sopra e corse, sotto la pioggia, verso la ringhiera a destra. Dove era adunque la piccola villa Torraca, dov’era? Dio! Non si vedeva più. Era oscurissima la notte; un fittissimo velo di pioggia celava circolarmente l’orizzonte. Per quanto aguzzasse gli occhi non giungeva a distinguere nulla. Restava là, sotto la tempesta d’acqua che le flagellava il viso, cercando penetrare con lo sguardo quel buio. Non poteva, non poteva — e mai, mai avrebbe saputo con chi partito Marcello...