Pagina:D'Annunzio - Il libro delle vergini.djvu/54

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le vergini 49

sato d’acque limacciose a’ cui cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine. I colombi sorvolavano con il luccichio verde e grigio delle loro piume.

L’amadore aveva un bel nome antico, si chiamava Marcello, e aveva un bel fregio rosso e d’argento su le maniche della tunica. Scriveva delle epistole piene di fuoco eterno, con frasi impetuose che davano all’amadrice deliquii di tenerezza e fremiti di voluttà mal contenuta. Giuliana leggeva quei fogli in segreto, li teneva notte e giorno nel seno: pe’l calore la scrittura violetta le s’imprimeva su la pelle, ed era come un gentile tatuaggio d’amore, di cui ella gioiva. Le risposte di lei non finivano mai: tutta la sapienza grammaticale di una maestra, tutto il tesoro delle apostrofi psalmistiche di una devota, tutta la fluente sentimentalità di una pulzella tardiva si riversava su la carta de’ quaderni scolastici rigata di turchino. Ella scrivendo si obliava, si sentiva trascinare in un’onda di verbosità sonora: pareva quasi che una facoltà novella si esplicasse in lei e prendesse forme maniache, d’improvviso. Quel gran sedimento di lirismo mistico accumulato per la lettura de’ libri di preghiera in tanti anni di fidelità allo Sposo Celeste, ora, scosso dal tumulto dell’amore terreno, si levava sù confusamente e attraversando recenti strati di conscienza e unendosi ad elementi estranei as-