Pagina:D'Annunzio - Laudi, I.djvu/112

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LAUDI DEL CIELO E DEL MARE



IX.
E L’ERME prassitelèo
sul fulcro quadrato mi parve
men virile, quasi fior molle
di grazia feminea, quasi [Il Bacchophoro]
desiderabile amàsio,
andrògina forma venusta,
2296poi che saziato mi fui
di grandezza e di lutto.
Il torace il ventre ed il pube
non marmo erano ma carne
cedevole. Il nitido capo
dai riccioli corti, recline
verso Diòniso infante,
nella levità del sorriso
2304e dell’ombre era ambiguo
tra il sogno e la vita, siccome
quel del pastor duplice alato
che guida le anime all’Orco
e il rapito armento al suo antro.
Dai ginocchi agli òmeri in ritmi
2310leggeri saliva la forza.

Ma, poi che da banda mi trassi
e riguardai, la forza
si palesò nella guisa
che l’arco allentato si tende.
I lombi gagliardi, le cosce
nervose, le reni falcate
2317e salde, la cervice


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