Pagina:D'Annunzio - Laudi, I.djvu/132

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LAUDI DEL CIELO E DEL MARE

2863Penetrabile fui e fecondo.
Come nella mia dolce Arcadia,
dopo il verno, ai tepidi giorni
quando muovon le gemme,
il colono fende la scorza
dell’arbore e v’incastra la marza
acciocché in essa si alligni:
2870la pianta inframmessa le vene
sparge nell’altra e s’appiglia;
vigoreggia il succhio, il sapore
del frutto si fa generoso:
così, con arte inserendo
nella mia sostanza diverse
deità, m’accrebbi di varia
2877potenza, molteplice ed uno.

La verginità cruda e invitta
di Pallade a me collegata
mi fece più destro in trar prede,
e nella tetràgona pietra
io fui pe’ mortali Ermatena.
Al Cintio lungescagliante
2884ond’ebbi la verga trifoglia,
cui diedi la cheli soave,
mi strinsi con patto fraterno;
e quindi Ermapòlline fui.
Infondermi il sangue feroce
dell’uccisore di mostri,
dell’eroe muscoloso
2891dalla fronte angusta, volli io


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