Pagina:D'Annunzio - Laudi, I.djvu/242

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LAUDI DEL CIELO E DEL MARE

E le lor femmine (Roma
ne impresse l’effigie nell’oro
5999imperiale) dal collo
pesante, dal ventre mai sazio,
dalla chioma lucida e folta
come la lana dei neri
capretti, le femmine belle
e lente ai copiosi pasti
infuriavano i maschi
6006col fortore delle ascelle.

Quivi l’animale umano
amai, che divora, s’accoppia,
urla, combatte, uccide,
inconsapevole e vero.
Quivi divinai la divina
bestialità che facea
6013sì resistente la forza
di Roma dal tardo pensiero.
Meglio che tra gli spadoni
e le spìntrie, il mio dolore
e il mio desiderio inespressi
quivi respirarono, fatti
più forti perché più carnali.
6020Il pregio e il mistero del sangue
sentii mirando su le lastre,
nel solco dei carri, brillare
il fiotto vermiglio sgorgato
dalle ferite mortali.
O selva d’arbori eguali,


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