Pagina:D'Annunzio - Laudi, I.djvu/278

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LAUDI DEL CIELO E DEL MARE

dalla vita, bello e gagliardo,
poggiato il cubito destro
sul festone silvestro
e sul ginocchio la mano,
ei guarda con limpido sguardo
il compagno oppresso dal peso,
7035il forte che ancor non s’affranca.

Sotto di lui sta, quasi mole
di granito e d’umo fecondo,
con le gambe conserte
assiso il titanico veglio
che sembra l’antico parente
di quella forza novella.
7042Quali comprime parole
nella vasta mascella
barbata il veglio con essa
la sua mano venata
di duro aratore che seppe
entrar profondo col dente
nel grembo d’una terra inerte
7049e strapparle sacra promessa
d’abondanza per la sua prole?
E le due donne sole,
che stannogli quivi alle spalle,
perché sono tristi? Rimpianto
le tiene dell’esule prole
che nudrirono alternamente
7056nella cuna della sua valle?


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