Pagina:D'Annunzio - Laudi, III.djvu/229

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TERZO - ALCIONE

all’urto delle picche furibonde.
330Sotto, il fragor dell’onde
avea lunga eco per ambagi ignote
quando l’Apeliote
enfiava i verdazzurri otri del sale.
Quivi all’innaturale
335opera intento era il mio padre, quivi
i congegni del volo
oprava senza incude e senza maglio.
Ben gli diedi travaglio
e affanno, ché pareami troppo tarda
340la sua fatica per il mio desìo
e sempre poche mi parean le penne
adunate dinnanzi a lui che oprava.
Per lui la cera flava,
stretta in pani, col pollice e col fiato
345ammollii; dispennai la copiosa
cacciagione; sollecito le penne
separai dalle piume.
Il sangue onde imperlavasi l’acume
d’ogni fusto divulso
350vertudioso parvemi; e mi piacque
a stilla a stilla suggerlo, accosciato
presso il fabro mirabile che oprava
seduto su la pietra.
Quante volte votai la mia faretra,


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