Pagina:D'Annunzio - Laudi, III.djvu/233

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TERZO - ALCIONE

l’adultera dei pascoli era quivi
sola col suo spavento.
Bocca anelante, nari acri, occhio intento
avea, pallido volto come l’erbe
435aride, consumato dai sudori
e dalle schiume della sua lussuria.
Discita era, e l’incuria
della sua chioma la facea selvaggia
qual femmina del Tìaso tebano
440che defessa dall’orgia ansi in un botro
del Citerone, esangue
fra il tirso spoglio della fronda e l’otro
voto del vino, al gelo antelucano.
Sentiva nel suo ventre, abbrividendo,
445vivere il mostro orrendo,
fremere il figlio suo bovino e umano.„

ICARO disse: “Era stellato il cielo,
era pacato il mare,
nella vigilia mia meravigliosa.
450La roggia stella ascosa
nel mio cor vigile era la più grande.
Le cose miserande
eran lungi da me come da un dio
beverato di nèttare novello.


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