Pagina:D'Annunzio - Notturno.djvu/239

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notturno 227


Ecco, ho nell’occhio il fanciullo etrusco di bronzo, che tocca la terra con la mano destra.

E d’un rossore cupo, come escito dalla fornace, ancor rovente.

Non si rialza mai.


La lacrimazione dell’occhio infiammato mi cola sino alla commessura delle labbra. L’amaro si mescola al sapore metallico.

Penso ai pescatori della Pescara che partono con le belle paranze dipinte, prima dell’alba, nel vento di maestro, e hanno il gusto del sale in bocca.


Una rondine grida disperatamente sopra un’armonia cupa di cannone e di campana.

È verso sera.

Il mio carnefice notturno è dietro la porta.