Pagina:D'Annunzio - Notturno.djvu/250

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238 notturno

tra in me come se io fossi trasparente.

Sono come un’acqua che trema, uno di quei piccoli stagni salsi che restavano su la spiaggia sabbiosa davanti alla mia casa d’esilio laggiù nella Landa.

La Sirenetta è accosciata ai miei piedi. Intravedo un mazzo di giaggiuoli foschi dietro la sua testa.

Sembra che il suo gonfio cuore di vergine entri in me. Certo il mio batte per due in questo momento. Ne sono pieno dalla nuca al pollice del piede.

L’agitazione offusca l’acqua, e il cielo s’allontana. Alzo la benda, e lo guardo anche col mio occhio malato.

Nel mio occhio malato guizza un riflesso di stelle e si frange come in un prisma.

«Vedi la prima stella nel cielo?» domando alla Sirenetta.

«Non ancóra» risponde.