Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/193

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si trovò sull’arena della spiaggia. L’aria era quasi oscura, così senza sospetto asciugatosi in fretta e rivestito prese con passo veloce la via della città.

Diego Garcia di Paredes ebbe appena dato sesto alla quistione che la mirabil prova contro il toro avea fatto nascere fra esso e i Francesi, che si ricordò d’aver avuto da Consalvo un incarico d’importanza, ed uscì frettoloso dell’anfiteatro. L’incarico era di aver l’occhio agli apparecchi del grandissimo desinare che dovea farsi in castello; come il tempo stringeva fu tosto in cucina, ed avendo ancor viva la stizza che gli era montata alle parole di La Motta, l’apparir suo fra i cuochi ed i famigli che s’affannavano intorno alle vivande, fu quello d’un uomo che non è disposto a passar sopra a nessuna colpa od inavvertenza de’ suoi soggetti.

— E così? disse, fermandosi sulla porta colle braccia intrecciate al petto, saremo presto in ordine? manca poco meno d’un’ora a dar in tavola.

Il capo de’ cuochi, omaccione grande e grosso, stava al tavolone di mezzo ponendo cacciagione allo spiedo con quella faccia burbera che hanno tutti i suoi pari in simile circostanza, anche quando tutto cammina in regola: esso poi aveva altra maggior cagione d’arrabbiarsi; eran mancate le legne, ed oltre che, non potendo coll’istessa misura continuare i fuochi, veniva a soffrire la cottura delle vivande, v’era il pericolo maggiore di non aver in ordine il pranzo per l’ora fissata, e non poterlo mandar in tavola nè ben nè male, e chi conosce quanto sia geloso l’onor d’un cuoco, potrà figurarsi in che situazione d’animo fosse quegli cui dirigeva lo Spagnuolo la sua interrogazione. Non avrebbe risposto al papa in quel momento, ma a Paredes bisognava rispondere.

Alzò il capo e scuotendo in pugno lo spiedo diceva: — Il diavolo ci ha messe le corna, signor