Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/209

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cera disposti intorno in gran candelabri, e nel mezzo in bellissime lumiere che pendevano dalla vôlta. L’orchestra, come al tempo del pranzo, stava sulle logge aperte in giro su in alto a due terzi dello spazio fra il pavimento ed il cornicione: oltre i sonatori, che ne tenevano solo un lato, vi s’era cacciata ogni sorta di gente di minor conto per essere spettatrice d’un divertimento al quale non potea prender parte.

Consalvo co’ suoi ospiti e le donne sederono sopra uno strato posto ove dal muro pendevano le bandiere, ed il duca di Nemours alzatosi poi, tosto che fu piena la sala, e pregata D. Elvira, incominciò la danza.

Com’ebber finito, e la giovane fu tornata al suo luogo, Fieramosca, volendo anche in questa occasione mostrarsi cortese, venne ad offrirle la mano scusandosi anticipatamente sulla sua imperizia. La proposta fu accettata con visibile allegrezza; si unirono molt’altre coppie, e Fanfulla fra gli altri, non potendo aver D. Elvira, scelse fra le molte donne di Barletta che si trovavano alla festa una che gli parve più leggiadra, e fece, di situarsi in modo che in quella che chiameremo contraddanza, si trovasse accanto ad Ettore ed alla sua compagna. Lo studio, col quale coglieva a volo tutti gli atti e le parole di D. Elvira, non dovette troppo riuscirgli grato: negli sguardi tremoli della giovane spagnuola si leggeva quanto le andasse a versi il suo compagno, ed il suono degli stromenti, il moto, il prendersi per la mano spesso, e quella licenza che il ballo mette anche fra persone che in altre circostanze si tratterebbero a vicenda col maggior riguardo, avea prodotto nella figlia di Consalvo un’esaltazione di fantasia che poteva reprimere a stento. Ettore e Fanfulla se ne accorgevano egualmente; il primo ne provava rammarico, il secondo dispetto; e sempre, o con mezze parole o con occhiate d’intelligenza, tri-