Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/36

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capitolo ii. 33

l’ho visto sul tardi entrare in un battello solo, allontanarsi e girare dietro il castello. Buon viaggio, dicevo io mettendomi a letto, ognuno ha i suoi gusti: e pensavo che cercasse fortuna d’amore; ma non mi sarei mai sognato si cacciasse in mare per piangere chi sta all’altro mondo. Pare impossibile; un soldato par suo lasciarsi vincere da questa pazzia!

— Ciò mostra, — rispose Inigo con calore, — che un cuore buono ed amorevole può star nel petto d’un uomo ardito in faccia al nemico; e, viva Dio! che in questa s’ha a render giustizia a Fieramosca, come a tutti gl’Italiani che i fratelli Colonna hanno sotto la loro bandiera: nessuno di quanti portano una spada accanto ed una lancia in pugno, può vantarsi di portarla più degnamente o d’esser da più di loro.

A questa lode espressa col fuoco d’un animo schietto ed amante del vero, gli Spagnuoli diedero coi cenni e colle parole un’approvazione che non potevano negare essendo giornalmente testimoni del valore degli uomini d’arme Italiani. Ma i tre prigionieri caldi dalle parole e dal vino, e La Motta più degli altri, avendola con Inigo, che sempre durante la cena lo era andato pungendo, non potè mancare alla sua superba natura di stimar tutti nulla in paragone suo e dei suoi; onde alle parole dello Spagnuolo rispose con un riso studiato ed un guardo di compassione che fece montar la stizza fino ai capelli al giovane, e gli s’accrebbe la metà quando La Motta seguì dicendo:

— Quanto a questo, messer cavaliere, nè io nè i miei compagni non siamo del vostro avviso. Da molt’anni facciamo la guerra in Italia; e, come già v’ho detto, abbiamo molto più veduto adoperare pugnali e veleni che lance e spade, e vi prego di crederlo; un gendarme francese (e fece un viso grosso) si vergognerebbe d’aver per ragazzi di stalla uomini che non

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