Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/38

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capitolo ii. 35

che ho già detto una volta, e che dirò sempre, gl’Italiani valer solo ad ordir tradimenti e non alla guerra, ed esser la più trista gente d’arme che abbia mai tenuto piede in istaffa e vestita corazza. E chi dice che io abbia mentito, mente, e glielo manterrò coll’armi in mano.

Poi cercatosi in petto ne trasse una croce d’oro, e dopo averla baciata la depose sulla tavola. — E possa io non avere speranza in questo segno della nostra salute quando sarà la mia ultim’ora, esser tenuto cavalier disleale, ed indegno di calzar speroni d’oro se non rispondo io ed i miei compagni alla disfida che gl’Italiani mi mandano per bocca vostra, e colla grazia di Dio, di Nostra Signora e di s. Dionigi, che ajuteranno la nostra ragione, mostreremo a tutto il mondo qual differenza vi sia fra la gente d’arme francese e questa canaglia italiana che voi proteggete.

— E sia col nome di Dio, — rispose Inigo: quindi esso pure apertosi davanti il giubbone si trasse dal collo una immagine della Madonna di Monserrato, colla quale si fece il segno di croce e la depose vicino alla croce d’oro di La Motta: e quantunque provasse un leggier senso di umiliazione di non potere per la sua povertà offrire un pegno di battaglia di valore eguale a quello di La Motta, pure scossa quella vergogna, disse francamente:

— Ecco il mio pegno. Diego Garcia li prenda ambedue in nome di Consalvo, che non ricuserà campo franco ai nostri nobili amici, nè ai cavalieri francesi che verranno a combatterli.

— No per certo, — rispose Garcia, prendendo i pegni della sfida: Consalvo non impedirà mai questa brava gente di misurarsi le spade e fare il dovere di buoni cavalieri. Ma voi, messer barone (parlando a La Motta) avrete sotto i denti un osso da rodere più duro che non pensate.