Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/39

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C’est notre affaire, — rispose il Francese scuotendo il capo e sorridendo. Nè io nè i miei compagni terremo per il più pericoloso e per il più splendido fatto della nostra vita, quello nel quale potremo mostrare a questo bravo Spagnuolo il suo errore, facendo votar la sella a quattro Italiani.

Diego Garcia, che non si sentiva veramente vivo se non quando stava o nel calor d’una mischia o parlando di menar le mani, non capiva in sè dall’allegrezza nel sentir questi preliminari d’una sfida, che sarebbe senza dubbio stata combattuta e contrastata con tutto l’accanimento che può inspirare l’onor nazionale; ed alzando il capo e la voce, e battendo insieme due mani che sarebbero state bene al braccio di Sansone, gridò:

— Le vostre parole, cavalieri, sono degne d’uomini di onore, e di soldati pari vostri, e son sicuro che i fatti non saranno inferiori. Vivano sempre i bravi di tutte le nazioni! Ed in così dire, imitato dagli altri, alzò il bicchiere, e tutti con grande allegrezza lo votarono più d’una volta in onore de’ futuri vincitori. Calmato un poco il romore, Inigo soggiunse:

— L’ingiuria che voi fate al valore italiano, messer cavaliere, non è cosa che i miei amici vorranno passar così di leggieri, nè terminar col rompere d’una lancia, come se si trattasse di aver il pregio d’una giostra. Non parlo per ora del numero de’ combattenti: questo si fisserà d’accordo fra le due parti; ma qualunque sia per essere, offro a voi ed ai vostri battaglia a tutte armi ed a tutto sangue, finchè ogni uomo sia morto, o preso, o costretto ad uscir del campo. Accettate voi questi patti?

— Gli accetto.

Fermato così l’accordo, nè rimanendo per allora altro da aggiungere, le fatiche del giorno e l’ora tarda consigliarono ad ognuno il riposo. La brigata s’alzò