Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/48

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capitolo iii. 45

perchè lo conosceva molto uomo dabbene, di gran core e di maravigliosa gagliardia; gli piaceva il suo fare serio ed alieno dall’allegria spensierata degl’altri compagni, e sentiva per lui un’amicizia, che molte volte l’aveva condotto al punto di svelargli i suoi casi colla Ginevra: ma un certo ritegno, e forse la mancanza di occasione a proposito, l’avean impedito. La sua famiglia e gli antichi suoi essendo stati Ghibellini avevano a Roma tenuta sempre la parte colonnese, ed ora nella compagnia del sig. Fabrizio egli era capo di certe lance spezzate, e molto bene attendeva a questa come ad ogni altra bisogna di guerra. Era costui di mezzana statura, largo di spalle e di petto, di poche parole, e solo intento al suo uffizio: tenace ed ostinato nel seguire ogni suo divisamento, e non avendo al mondo altro pensiero che quello d’aiutare e far vittoriosa la sua parte colonnese, a petto della quale tutto a lui pareva nulla; per sostener queste come ogni altro impegno si sarebbe fatto tagliare a pezzi mille volte.

Ettore ed Inigo doveano passar davanti all’uscio suo per andare dai Colonna: lo trovarono appunto fermo che dava ordine a certi suoi cavalli, e colla spada scinta, avvolta la cintura all’elsa accennava ai famigli ed ai ragazzi di stalla, facendosi intendere colla minore spesa di fiato che fosse possibile. Fieramosca l’invitò seco per ordinare tal faccenda, che espressa con parole caldissime, fu ascoltata da Brancaleone senza scomporsi, nè mutar viso. Disse solo brevemente avviandosi cogli altri due:

— La prova fa credere i ciechi. Quattro stoccate a modo mio, e poi ci riparleremo.

E questa fiducia non era braveria: chè più volte già s’era trovato chiuso in campo franco, e sempre n’era uscito ad onore.