Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/78

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capitolo v. 75


Entrato in questa risoluzione feci al maestro un’altra orazioncina colla mano sulla daga, poi lo rimandai a Roma in compagnia di Franciotto, dal quale mi divisi con grandissimo dolore. Montati in barca colle nostre poche robe ci levammo di quivi e giù per fiume giunti ad Ostia ci drizzammo terra terra verso Gaeta. Il reame era tuttora in mano de’ Francesi, ed essendo loro amico il Valentino, non mi pareva esserne sicuro finchè non mi trovavo mille miglia lontano da loro. Per la qual cosa più che potevo senza troppo affaticar la Ginevra, col continuo viaggiare sollecitavo ad allontanarmi da queste coste, e come a Dio piacque ci trovammo una sera a salvamento in Messina; e ringraziai di tutto cuore Iddio di averci tratti da tanti pericoli.

Giunto Fieramosca a questo punto, vide che dal campo si movevano molti uomini a cavallo i quali venivan per loro, e soggiunse:

— Troppo cose mi resterebbero a narrarti; costoro vengono, e mi manca il tempo. Ma per conchiudere: passammo circa due anni in codesta città. Ginevra si ritirò in un monastero, ed io, che m’era dato per suo fratello, la visitavo più sovente che potevo.

Passato questo tempo s’era accesa la guerra fra Spagnuoli e Francesi. La vita ch’io menavo mi parve alla fine troppo indegna di un soldato e d’un Italiano.

Legato com’ero dal voto fatto in Santa Cecilia, non potevo sperare al nostro amore virtuoso fine.

Tutt’Italia era in arme; i Francesi parevano i più forti, ed oltre l’amor di patria che mi spingeva a combattere il nemico più pericoloso, avevo una vecchia ruggine co’ Francesi e colle loro insolenze. Scorgevo ancora, ti dico il vero, più sicurezza per la Ginevra all’ombra delle bandiere di Spagna, ove non poteva giungerla il Valentino.

Queste ragioni conosciute vere dall’animosa Ginevra,