Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/80

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capitolo v. 77

s’udiva a riprese, quasi costoro tentassero soffocarlo. Alla fine sentii un tonfo nel mare, come d’un corpo cadutovi. Io dubitando forte mi rizzai, e stringendo le ciglia, mi parve vedere non so che bianco agitarsi a fior d’acqua: mi buttai a mare ed in quattro sbracciate mi vi trovai accosto, afferrai un lembo di veste, e presolo coi denti tornai alla barca traendomi appresso un corpo. Gli uomini miei s’erano risentiti allo strepito; m’ajutarono risalire, e tirar su chi era meco. Trovammo una donzella in sola camicia, legate le mani con una villana corda, e non dava segno di vita. A forza d’ajuti tuttavia si riebbe alla fine. Facemmo di rimaner addietro de’ Viniziani che seguirono il lor viaggio, nè si curarono di noi. Calammo la vela ed aspettammo fermi che aggiornasse. Uscito il sole si allargò il tempo, ed in poche ore fummo a Manfredonia, ov’io trovai il signor Prospero, e Ginevra cogli altri allogati all’osteria.

Tu ora vorrai sapere chi fosse codesta donzella campata dal mare, ma non posso soddisfarti, perchè nemmen io lo so. Non è mai riuscito nè a me nè alla Ginevra di strapparle una parola sui suoi casi, o sull’esser suo. Ell’è nata in Levante, è Saracina certamente, e più diritta e leale ed amorevole che donna del mondo; nello stesso tempo fiera ed ardita che non la sbigottiscono nè il sangue, nè l’armi, ed in faccia al pericolo è più uomo che donna. Da quel giorno in qua è rimasta sempre con Ginevra: ed io feci in modo che la badessa di S. Orsola le ricevesse entrambe nel suo monastero, ove per la vicinanza (ora che la guerra ci tiene chiusi in Barletta) posso venirle visitando più spesso.