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Io non conosco il contenuto della Sua lettera. So tuttavia ch’Ella è stretto congiunto di questa signora impareggiabile, la quale mi sembra avere un altissimo e meritato concetto della S.V. ill.ma. Vorrei dunque pregarla, nella mia qualità di medico, di scriverle, sì, per il gran bisogno che ha di conforti morali, ma di evitare argomenti che possano turbare il suo spirito.

Ella mi perdoni, rispettabilissimo signor deputato, se un sentimento di dovere e di rispettosa affezione per la signora baronessa m’induce a parlarle così arditamente; e mi creda sempre, con profondo ossequio

Suo dev.mo e umil.mo
dott. A. N.



Alla baronessa

Elena Di Santa Giulia, a Cefalù.

Roma, 27 gennaio 1882.

Non m’aspettavo l’ossequioso certificato dell’ottimo dottor Niscemi. Una reumatica? Poca cosa, ma, tanto, sono entrato assai sgarbatamente nella tua camera di ammalata. Perdonami, cara Elena. Non verrò a Cefalù, dunque; farò invece una chiacchierata romana al tuo capezzale. E cercherò di essere un poco più amabile!

Cosa vuoi? Sto nella politica fino alla gola e mi ci guasto i modi e lo stile. Si stava meglio nel mio lago dei giardini, quella notte di giugno! La prima immersione nel pelago parlamentare agghiaccia fino al cuore. Vedo parecchi miei colleghi novellini tuttora aggranchiti dal gelo, smarriti, malati di nausea