Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/21

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vento, pioggia e chiacchiere 11


Con la sua grande persona, con la gran barba fulva, con la sua gran voce, il barone pareva un brigante normanno antico.

«Che fare di Tunisi? A noi non importa di Tunisi» disse il signor Checco Zirisèla, un patriota che non aveva soggezione di nessuno. «Non siamo mica in Sicilia, qua.

«Evviva l’Italia!» rispose il senatore. «Pensateci voi.

E si allontanò.

«Lasciamolo andare, quel trombone» susurrò il dottor Grigiolo. Signor «Cortis» diss’egli al nuovo venuto «qui i nostri amici della sezione desideravano dirle una parola.

Daniele Cortis s’avvicinò agli amici, che in attitudine rispettosa, ma fermi al loro posto nella mal dissimulata coscienza della sovranità, guardavan, con le spalle alla porta, l’uomo ch’entrava nella luce piovosa, un’alta persona elegante, una bizzarra fisonomia nobile, improntata di dignità e di risoluzione militare, due occhi azzurri, intelligenti e fieri.

«Niente disse il dottor Picuti che incominciava sempre così le sue orazioni più gravi «niente. Qui siamo tutti persuasi, ma siccome, giusto, lo sa, si parla qualche volta con amici delle altre sezioni; io per esempio, lo supponga, e qua il mio compare Zirisèla...

«Appunto» disse Zirisèla, incoraggiando l’amico a continuare.

«Colla cosa, dico, che noi due e anche altri qui del paese si va spesso, giusto, nelle altre sezioni, e dappertutto si sente questa musica ch’Ella è poco conosciuta (cosa vuole, ignoranti!) e che non si sa come