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tare l’onorevole Cortis aveva già saputo distinguersi, conciliarsi molto rispetto, molta simpatia; il suo discorso, se gli riusciva di condurlo a fine, avrebbe sicuramente levato rumore nella Camera e fuori, avrebbe dato modo di studiare gli umori, le disposizioni del pubblico, di prendere posto, col giornale, un po’ più indietro o un po’ più avanti, sul terreno migliore.

Cortis fece un atto di acquiescenza muta, sdegnosa; gli altri, chi prima, chi dopo, chi ad alta, chi a bassa voce, approvarono. Non v’era più niente a dire. Le cravatte bianche uscirono subito; ultimo uscì anche Cortis. Prese a braccetto il senatore che aveva parlato, uomo di grande ingegno, dottrina e virtù, lo trasse con sè verso via dell’Aracli, a forza, perchè colui voleva piegare verso il Collegio Romano.

«Se mi credevate matto» disse Cortis, nervoso, «dovevate farmelo sapere prima.

L’altro protestò, ma Cortis non parve nemmeno ascoltarlo, gli dichiarò che avrebbe mandato a monte società, giornale e tutto, che si sarebbe ritirato davvero dalla vita politica. Il senatore si provò di ammansarlo, di persuaderlo che avendo richiesto gli amici di consiglio non doveva poi offendersi se il consiglio era dato liberamente. Cortis negava di aver chiesto consigli ad alcuno; tenendosi legato a quella gente, non aveva voluto muovere un passo senza dirlo, ma si era tenuto sicurissimo di una piena approvazione. Non erano le solite idee discusse tante volte sin da quando s’era stabilito di fare il giornale? No, no, Cortis lo sapeva bene, si aveva gelosia di lui, si aveva paura di creargli troppa influenza, troppa autorità. Il senatore no, ma gli altri sì; gli altri erano