Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/227

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vertigine 217

invidiosi, nemici occulti. Non li aveva visti il senatore? Non li aveva uditi?

I radi viandanti si voltavano a guardar quest’uomo alto e smilzo che parlava con tanta foga, con voce vibrante di tanta emozione a quell’altro grosso e piccino, tutto mansueto nel suo soprabitone all’antica. Questi cercava fermarsi sotto i fanali, a guardar l’orologio, ma Cortis non gliel consentiva, gli stringeva più forte il braccio, lo trascinava seco per isghembo, come un ragazzo riluttante. Solo alla salita del Campidoglio il buon senatore si piantò su’ due piedi risoluto a non lasciarsi trarre più avanti.

«Caro Lei, mi faccia il piacere!» diss’egli. «Dove va?

«Ho bisogno di camminare, di stancarmi» rispose Cortis. «Non m’ha detto Lei che va qualche volta, la sera, al Colosseo?

«Grazie tante! Alle otto! Per amor del cielo! Alle otto. Son le dieci e mezzo, sa. A quest’ora sono sempre a letto.

«Perchè desideravo stare un po’ con Lei. C’è poca gente ch’io stimi quanto Lei.

«Grazie» rispose il senatore con un sorriso modesto e una voce cascante. «Riverisco» soggiunse facendosi piccin piccino quasi per sfuggir meglio al suo terribile interlocutore. Cortis gli strinse la mano e lo lasciò senza dir parola.

Camminava rapidamente, vedendo la Camera, i vicini intenti a lui, intento il presidente; e in faccia a sè, sotto la tribuna di sinistra, l’orologio muto che veniva segnando, momento a momento, il passar di parole irrevocabili, il passar di un’ora fra le più solenni, fra le più gravi della vita di chi parlava. Tal-