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lo posso mandar giù quel Quirinale. Ci volevano le grandi idee dei conquistatori di settembre per mettere il re in una casa di preti. Scriva. Ove credessi che la monarchia è solamente buona per far ballare e cenare in casa sua, per portare le lettere amorose delle maggioranze e per decorare le nostre prosaiche figure con un poco di sentimentalismo cavalleresco, non vorrei crucciarmi tanto per essa. Ma io la credo ancora buona, mio caro amico, a qualche cosa di meglio. Io la credo buona per finire la lezione di geografia italiana che il re Vittorio Emanuele ha dato all’Europa: io la credo buona, sopratutto per fare con l’altra monarchia ecclesiastica una politica che abbia senso comune e stabilità; una politica che senza assoggettare in niente lo Stato alla Chiesa ci dia tanta forza da sbalordire il mondo con le nostre riforme sociali.

«Piano!» disse Grigiolo, scrivendo precipitosamente.

«A me importerebbe poco» seguitò Cortis, infiammandosi nella parola e nel volto «essere chiamato clericale e avere alle calcagna tutta la muta dei radicali e dei dottrinari italiani...

«Piano, piano, per amor di Dio, un momento!» gemeva il segretario scalmanato. Ma Cortis non gli abbadava.

«...Se potessi far solida e potente la patria, ottenerle l’onore di guidare una rivoluzione sociale ordinata. Non ci vogliono per questo nè superstizioni politiche, nè scetticismo religioso, nè bigottismo scientifico, nè...

Cortis affrettava ed alzava la voce, tanto che il cane gli saltò avanti, lo guardò menando la coda, latrando.