Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/10

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2 Coraggio!

scioperato, il quale aveva costretto a scappar di casa la sua figliuola unica, che studiava da maestra a Torino: una lettera affettuosa di lei fu il solo conforto che venne loro da quella parte. I parenti lontani non risposero, gli amici vicini si rimpiattarono. Furono persone estranee, come spesso accade, che salvarono la famiglia, smembrandola. Il vescovo mise uno dei ragazzi in uno istituto di don Bosco, il sindaco ottenne un posto per l’altro negli Artigianelli; e certi coniugi Goli, agiati e senza figli, si presero la bambina, e mantennero l’Emilio per vari mesi, fino a che, rinfrescati i suoi studi dei primi due corsi tecnici, che aveva abbandonati per mettersi col padre nella tipografia, potè presentarsi agli esami d’ammissione alla Scuola normale della città, dove ottenne un posto gratuito. La madre, consunta meno dalla malattia che dallo strazio, prima di veder i suoi figliuoli nella miseria e poi di non vederli più, non restò lungo tempo a carico dei suoi benefattori: morì il medesimo giorno in cui l’Emilio le portò la notizia della sua ammissione alla Scuola.


Ancora sbalordito da quel nuovo colpo, il giovane entrò nel convitto della Scuola normale, ch’era in un antico convento, e contava, fra i tre corsi, circa a cinquanta convittori, e una decina d’esterni. Subito lo distrasse un poco dalla tristezza l’aspetto di quella comunità strana, composta di giovani di diciassett’anni e d’uomini di trenta, di chierici e di ex militari, di figliuoli di contadini, d’operai, di bottegai, d’impiegati, diversissimi fra loro di grado di coltura: alcuni dei quali eran stati cacciati in quella camera dall’ambizione di innalzarsi sopra la loro classe sociale, altri dalla ripugnanza per il lavoro meccanico, o dall’esperimento fallito di mestieri diversi, vari da una disgrazia che aveva precipitato la loro famiglia nella povertà, pochi dalla così detta vocazione professionale; e tutti rifatti un po’ ragazzi da quella vita scolaresca, con la mensa in comune, le ricreazioni e l’uscita a ore fisse. Ma più che altro gli giovò l’occupazione continua, imposta dalle molte materie d’insegnamento, e dall’obbligo che v’era allora, di fare i sunti delle lezioni; il che lo costringeva a scrivere per varie ore ogni giorno. Lo sgomentò da principio lo studio della pedagogia, che