Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/157

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Il programma del sindaco 149

zione Case Rosse; la signora Falbrizio, maestra di 1a; il signor Calvi, maestro di 1a.

Egli fissò l’attenzione sulla maestra Vetti, la quale, sotto il suo sguardo, abbassò gli occhi, ma con l’espressione viva che accompagna quell’atto quando è fatto per civetteria e non per modestia. Non c’era dubbio: doveva esser la maestra di cui gli aveva parlato il Lérica: una figura di crestaina bruna, che s’era incipriata per velare un poco la vaiolatura del visetto, e di cui ogni movimento anche leggerissimo faceva indovinare sotto lo scialle un corpicciuolo elastico di ballerina. La maestra Pezza era una ragazza di più di trent’anni, gialla, con gli occhi malati, vestita come una donna che non ha più alcuna cura di sè, e la Falbrizio, una contadina cinquantenne, d’un viso ligneo e astuto, col fazzoletto in capo e il grembiale, e le forbici appese alla cintura. Quanto al maestro Calvi, alto e pelato, vestito d’un soprabitone verdognolo che gli piangeva addosso, gli ricordò un povero poeta stracciapane, ch’era stato dieci anni prima nella sua città nativa, e aveva dato accademia di poesia estemporanea in una birreria.

Cinque minuti dopo entrò il sindaco, seguìto dal soprintendente.

Era sindaco da quattro anni. Era stato lui il fondatore del grand’albergo del paese, comprato poi da un trattore di Torino, il quale l’aveva ampliato e abbellito; e ora accudiva ai suoi averi, che eran due case e una buona estensione di boschi. La sua faccia diceva la sua antica professione: una faccia di cuoco larga, sbarbata, rosata, una vera vescica di lardo, dalla quale sporgevano due labbroni di satiro, che scoprivano dei grossi denti bianchi; e aveva la testa rapata e il collo corto.

Entrò con la scioltezza pensata d’un commediante, sorridendo a tutti, e dicendo:

— Signori insegnanti, s’accomodano.

Quando li vide seduti da una parte della tavola, sedette dall’altra, e accanto a lui s’insediò il soprintendente, un uomo sulla cinquantina, antico fattore d’un conte del paese, una faccia bonacciona, fatta a sghimbescio, che pareva formata di due mezze facce di persone diverse, e premeva il mento sopra un grosso gozzo, nascosto nella camicia.