Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/186

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178 Altarana

ad ogni frase, perchè capiva bene che anche il suo italiano sarebbe stato messo in bilancia.

Poi l’ispettore cominciò a far leggere il sillabario. Avevan così coscienza, specie le più grandicelle, che quella era una prova pericolosa per la loro maestra, che il timore ingarbugliava loro la vista e faceva ballare i sillabari nelle loro piccole mani tremanti. Ogni tre parole dicevano uno sproposito, e ad ogni sproposito il sindaco e i consiglieri si scambiavano un’occhiata di soddisfazione.

La terza bimba si arrestò a mezzo della lettura e si mise a piangere.

La maestra fece un atto di disperazione.

— Siamo indietro — disse il sindaco.

— Non saprei ben giudicare, — rispose l’ispettore, in tuono conciliante. — Qui, evidentemente, siamo davanti a un caso di timor panico, che turba le facoltà alle scolare. Bisogna star a vedere. — E cercò di far animo alla bimba. — Su, un po’ di coraggio, biondina. Eh, che diascolo! L’ispettore non è il babau. Io voglio bene alle ragazzine. Che c’è da impaurirsi? E poi, andiamo, si tratta di far onore alla maestra.

La bimba si rimise un po’ e terminò la lettura, balbettando. Tutte le altre lessero, bene o male.

— Non c’è tanto male, — disse l’ispettore, — non c’è tanto male. Non si può pretendere miracoli. La maestra è stata malata, non è vero?

Questa ripetè di sì.

— Abbiamo avuto un inverno con molta neve, — riprese l’altro, — ci saranno stati dei giorni d’interruzione per le nevicate.

— Undici, — disse la maestra.

— Ma dunque, ma dunque, — esclamò l’ispettore, andando in su e in giù, fra la comitiva schierata e i primi banchi; — son tutte cose di cui bisogna tener conto.

Dopo questo esaminò i quaderni e scosse il capo in segno d’approvazione. Poi disse allegramente: — Oh.... ed ora? Che altro abbiamo da fare?

Il soprintendente, staccando il mento dal gozzo, borbottò una proposta: — Recitar qualche cosa a memoria?

— Ah no, non pappagallate, — rispose l’ispettore, — non ci tengo.