Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/198

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190 Altarana

a Torino, dove da anni non esercitava più l’avvocatura, attendendo a studi liberi di diritto, nei quali s’era fatto un nome con la pubblicazione di varie opere, che i giornali scientifici gli avevan maltrattato ferocemente, ma senza riuscire ad ammazzarle. Inclinato com’era al lavoro intellettuale solitario, era venuto, dopo smesso l’esercizio legale, per lavorar più raccolto, a passare ogni anno sei mesi nel villaggio, dove i suoi compaesani l’avevano portato quasi di forza al consiglio comunale, e poi al sindacato. E qui egli aveva sostenuto delle lotte acerbe contro il partito, com’ei lo chiamava, della demagogia montanara; il quale era riuscito infine a sbalzarlo, senza suo grande rammarico, poichè egli s’era già stancato dell’ufficio avanti di lasciarlo, e annoiato del paese anche prima che dell’ufficio. Ma, deponendo la carica, non era riuscito a deporre in pari tempo le piccole passioni di campanile che la lotta aveva sollevate in lui. I rancori lasciatigli dalle offese, il risentimento della sua superiorità intellettuale disconosciuta o dileggiata da persone incolte e villane, gli eran come fermentati nel cuore, e v’avevan fatto un fondo durevole d’acrimonia, ch’ei cercava in ogni modo di nascondere, senza riuscirvi, con un silenzio che gli faceva fogo, o con delle celie, che lo mostravan più aperto che le invettive. Nei nove mesi che passava a Torino, in mezzo alle faccende e agli studi, nel giro d’una società colta, dove il suo ingegno e la sua varia dottrina gli davano delle soddisfazioni vive d’amor proprio, egli dimenticava il villaggio e gli avversari, si vergognava e rideva in cuor suo dei miseri dispetti che aveva masticati fra quelle quattro case nella stagione trascorsa, e gli pareva che, ritornandovi, ne avrebbe continuato a ridere come in città. Ma quando vi ritornava, dopo alcuni giorni d’indifferenza o di disprezzo per gli uomini e per le cose, rivedendo quelle facce, riudendo quei discorsi, e quasi solo respirando quell’aria, egli ricominciava, suo malgrado, a occuparsi delle cose e degli uomini, a ricordare tutti i particolari della guerra che gli avevan mossa, a risentire tutte le punture di cui aveva riso, a riprovare tutte le passioncelle moleste e vergognose che credeva morte. Irresistibilmente, a poco a poco, rimpiccioliva di mente