Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/199

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Gli “umiliati„ del villaggio 191

e di cuore, pure avendone coscienza lucidissima, alla misura della gente e delle passioni che lo accerchiavano. E non gli riusciva più, a capo a una settimana, di viver solo: i suoi studi gli si scolorivano all’intelletto, il suo orgoglio strepitava: gli bisognava per forza cacciarsi fra la gente, a discutere delle loro piccinerie, a pungere e a esser punto, a umiliare e ad essere umiliato, a rodersi l’anima dal dispetto che la sua superiorità d’ingegno e di cultura si fiaccasse così miseramente contro la corazza adamantina della presuntuosa e rozza ignoranza, senza fruttargli nè ammirazione, nè ossequio, nè simpatia. E la rabbia lo faceva uscire in cattive ragioni, delle quali aveva poi rimorso, e s’accusava fra i suoi; gli faceva far degli sgarbi da persona mal educata, commettere delle fanciullaggini di cui si vergognava. Il suo amor proprio giungeva a tal segno d’eccitamento, che la più piccola vittoria di fatto o di parola, la minima durezza, il più leggero sorriso o segno di noncuranza di quei rustici lo faceva fremere per una settimana. Di tutto questo si risentiva, in quei tre mesi di villeggiatura, il suo modo generale di pensare, che volgeva ad un pessimismo, se non nero affatto, grigio oscuro, anche in quelle cose intorno alle quali, in città, era meno incline a pensar male; e pure nei suoi momenti migliori, egli soleva lasciarsi andare a una certa censura canzonatoria di tutto, non solo per sfogo dell’animo, ma per un abito pigro della mente, di considerare ogni cosa da una faccia sola, il quale là soltanto gli si attaccava, come un influsso cumulativo dei cervelli torpidi tra cui il suo era relegato. Ritornando poi a Torino sui finir dell’estate, pien di bilioso disprezzo per i suoi rurali, egli divertiva per un mese la società con ogni maniera d’aneddoti e di scherzi satirici a carico loro, eccitato dalla contentezza di ritrovarsi nel suo elemento, giurando di non farsi più rivedere su quei monti l’anno venturo. Ma il giuramento rinnegava qualche mese dopo, quando una di quelle umiliazioni che nella vita cittadina sono inevitabili a chi ha ambizione e vuol brillare, veniva a ridestargli e ad abbellirgli nell’animo l’immagine di quel ricettacolo alpestre, nel quale, volendo, avrebbe pur potuto vivere solitario e tranquillo. Era egli, in-