Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/203

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Gli “umiliati„ del villaggio 195

di ragionar con loro così, come un parlamentario diffidente, perchè non sentissero il puzzo della cantina. Le tentazioni erotiche gli venivan sempre a stomaco pieno. Era stato nero, per un certo tempo, con la maestra Pezza, perchè un giorno, dopo un lauto pranzo, preso dal grillo di andar a fiutare la classe femminile, essendo entrato improvvisamente nella scuola con la papalina, le pantofole e la pipa, gli s’era avventato addosso il cagnolino della maestra con furiosi latrati, e tutte le ragazze avevan dato in una risata, che l’aveva costretto a ritirarsi, con gran confusione. Egli se n’era vendicato molto tempo dopo, rispondendo con un rifiuto scritto alla signorina che chiedeva della legna, e adducendo, fra altre, questa ragione: tanto più che quest’estate la maestra non ha proprio ben servito questo municipio perciocchè qualche ragazza non ha imparato a far bene le camicie. Ed era anche un bel tipo l’assessore liquorista, orgoglioso della sua rassomiglianza con Vittorio Emanuele, e appassionato per le illuminazioni; il quale, due anni prima, il giorno della festa nazionale, aveva scritto di proprio pugno sopra una rificolona tricolore: — viva l’ostatuto; — e in una lettera violenta diretta a lui (Samis) s’era firmato, nell’agitazione dell’ira, invece di Giuseppe, Guspe. — Mi fa ridere il Corriere alpino — disse — che dà addosso ai maestri elementari, perchè n’ha conosciuto uno che scriveva falso con la zeta. Ma quale il paese, tale la scuola. Pretendono che fioriscan delle rose nei greti? È ben naturale che ci siano dei maestri falzi fin che ci sono degli assessori Guspe. — Povero assessore! Era rimasto sopra pensiero una settimana, quand’era facente funzioni di sindaco, perchè in un articoletto del Popolo avevan detto che il municipio d’Altarana era un municipio acefalo; una parola misteriosa che, non avendo egli dizionari e non osando chiederne a nessuno il significato, gli pareva dovesse nascondere qualche ingiuria atroce, di quelle che non si lavan che col sangue.... — E il soprintendente, con quella palla da cannone nel collo? Quello è un bell’originale di furbacchione, che si cava da ogni impiccio con uno sputo. Ogni volta che gli si domanda una informazione delicata, o gli si propone un quesito difficile, egli si concentra, e poi apre la bocca: credete