Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/363

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La scolaresca caminese 101

occhio fine, non prendeva abbaglio sul fatto suo; si confermava, anzi, nella propria opinione, che non bisogna credere sempre all’apparente insensibilità di cuore dei ragazzi, molti dei quali, già come gli uomini, nascondon la commozione per falsa vergogna. La maggior parte, è vero, rimanevan duri come massi; di alcuni anche s’accorse che quando toccava la corda dell’affetto si tastavan coi gomiti e si ammiccavano, come per dire: — Fa la predica. — Ma eran segni sfuggevoli, che non gli disturbavano la scolaresca. E soprattutto si rallegrava di venir riconoscendo il figliuolo del delegato, che gli aveva fatto da principio un cattivo senso, al tutto diverso da quello che, per riflesso del padre, a cui somigliava un poco d’aspetto, egli aveva supposto che fosse. Di giorno in giorno, in quel piccolo viso scolorito, e nei suoi modi, e nelle risposte che dava in scuola, s’andava manifestando, sotto l’influsso della simpatia del maestro, un animo buono, non capace soltanto, ma avido d’affetto. Ed egli l’avrebbe trattato anche con maggiori riguardi, se avesse saputo da che cosa quel bisogno d’affetto e quella sua mestizia timida e pensierosa nascevano. Suo padre, farmacista smesso, malato marcio di fegato, e sua madre, un diavolo scatenato di donna, che aveva delle furie di matta, l’uno tirchio e l’altra sciupona, sempre a tu per tu dalla mattina alla sera, s’abbaruffavano spesso tirandosi addosso quanto veniva loro alle mani, e si malmenavano in modo che i vicini di casa, accorrendo, li trovavano a volte tutti e due insanguinati, lui con gli occhiali rotti, lei con le trecce sfatte, e dovevan separarli di forza, mentre continuavano a scambiarsi dei vituperi d’inferno. Il povero ragazzo era venuto su in mezzo a quelle battaglie dei genitori, udendoli parlare ogni momento di separazione o di suicidio, e rinfacciarsi a vicenda cose abbominevoli, e da quella casa di scandalo e di spavento, dove nessuno l’amava, non era uscito che per passare sotto un maestro briacone, e poi sotto un altro, dignitoso, ma senz’alcuna dolcezza. Quella del nuovo maestro era la prima voce affettuosa che gli arrivava all’anima, facendogli bene comprendere ciò che fin allora gli era mancato. E per questo l’amava. Il maestro se n’accorse, e quell’affetto che mostrava per lui il figliuolo d’un