Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/367

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Il maestro sbornione 105

quanto a studi e a educazione e a talento, pur non essendo un miracolo, non ammetteva confronto con quella. Ma avendogli essa domandato due o tre volte se avesse fra i suoi libri un tale o un tal altro poeta contemporaneo, di cui egli ignorava fino il nome, facile com’era a adombrarsi, sospettò che gli rivolgesse quelle domande per fargli sentire la superiorità della sua cultura letteraria, e punto così nell’orgoglio, sfuggì l’occasione di riparlarle. Per tutt’altra cagione cercava anche di sfuggire il maestro Reale; ma senza riescirvi egualmente, poichè all’uscir della scuola facevano in direzione opposta la medesima strada, e sempre che potesse, il collega gli si appiccicava, pigliandolo pel braccio e imponendogli la sua familiarità. Egli aveva tre fasi nella giornata. La mattina a digiuno, con lo stomaco guasto dallo sbevazzamento della sera innanzi, era d’un umore d’assassino, guardava tutti di traverso per il villaggio, e nella scuola vomitava ira di dio. A cinquanta passi di distanza, per la strada, si sentiva il latrato di quel mastino furioso: — Taci, brigante, o ti faccio un buco nella pancia! — Zitto, brutto porco schifoso! — Silenzio, o ti stacco la pelle dal deretano, bastardo d’un ladro! — Un tempo anche, per imporre il silenzio, s’era servito d’un grosso pezzo di legna da bruciare, ch’egli batteva sul tavolino con tutta la sua forza, facendo un fracasso che rintontiva la scolaresca e non lasciava chiuder occhio a nessuno nelle quattro case vicine; ma era stato costretto a smettere in seguito a una protesta che avevano presentato al municipio le famiglie del vicinato. Alla lezione del pomeriggio, poi, dopo che aveva vuotato i primi bicchierini d’acquavite, cominciava il suo periodo d’espansione benevola; durante il quale lasciava fare ai ragazzi quel che volevano, sghignazzando e buffoneggiando con loro; e questo durava fino alle prime ore della sera, ch’egli passava al caffè, dove, intrattenendosi con le autorità, faceva il buon figliuolo, tutto cuore e allegrezza. Ma più tardi, all’osteria; nel crocchio degli amici intimi, quando l’eccitamento troppo prolungato dei nervi finiva in un malessere rabbioso, allora inveiva contro tutti; ma sempre a proposito d’un argomento solo: la condizione miserabile in cui era lasciata dal governo e dal paese la classe dei maestriFonte/commento: vedi pag. seguente