Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/405

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I martiri della ginnastica 143

Altosso, che incantava tutti, e di cui egli era tanto appassionato, aveva preso marito. Un giovane ingegnere che andava là a villeggiare se n’era perdutamente innamorato, e aveva finito con sposarla, nonostante che un suo zio ricco, che non voleva quel matrimonio, si fosse fatto nominare apposta delegato scolastico per far mandar via la maestra: il provveditore stesso, intervenendo a proteggerla dalle persecuzioni dello zio in carica, aveva indotto questo a dare il suo consenso. Le nozze s’erano fatte nel paese, e quando gli sposi eran partiti, un nuvolo di bimbi e di ragazzine, tutte le autorità, mezza la popolazione aveva accompagnato per quasi un miglio la carrozza, e l’aveva empita di fiori. La sposa, poi, ritornata l’estate appresso al villaggio, vestita come una principessa, più bella e più buona di prima, aveva fatto un corso di lezioni festive alle sue antiche alunne. Ora aveva un bambino, ed era felice. E mentre la maestra diceva questo, il giovane le vide balenare negli occhi quella vaga espressione di rimpianto che v’aveva notato altre volte: il rimpianto di quelle centinaia di bambini ch’eran passati in tanti anni per i banchi della sua scuola, senza ch’ella potesse mai dire a nessuno: — Sei mio.


Giunse finalmente il giorno degli esami. Dovendo questi esser pubblici, e sapendosi che vi dovevano assistere, tra gli altri, il provveditore, il vescovo e il sindaco, la maggior parte delle maestre vecchie o attempate si concertarono per ottenere dall’ispettore che certi movimenti non fossero fatti eseguire in presenza alla gente, e ne parlarono due giorni prima alla maestra di ginnastica. Questa non dissentì, ma per far le cose in buona regola, schierate le alunne in due file, ordinò che quelle che desideravano d’esser dispensate da quei dati esercizi, facessero due passi avanti, le altre rimanessero ferme. Trent’otto si mossero: non rimasero indietro che le due giovani. La domanda fu riferita all’ispettore, che la sottopose al provveditore; il quale, preso tempo a riflettere, diede il suo consenso. Nondimeno, quando si trovaron davanti a quella schiera di personaggi, nel giorno solenne, la maggior parte avevan l’aria di gente che si preparasse piuttosto a far quello che si chiama il gran salto, che a far dei salti