Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/154

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144 tleta de reissana


Mentre il Ducali scriveva, il vecchio mormorava una preghiera.

Scritta che fu la ricetta, il medico la porse al malato.

Questo, senza dargli tempo di dire una parola, afferrò il foglio e se lo ficcò in bocca con tutt’e due le mani. Il medico gridò: — No! no! Sputa! Sputa! — Fu inutile. Il povero vecchio masticò la carta coll’avidità d’un affamato, la mandò giù, ringraziò il dottore e si mosse per andarsene. Ci volle del buono e del bello a persuaderlo che la virtù della medicina non consisteva nella carta, e a fargli prendere un’altra ricetta.


Questo fatto non può destare meraviglia in chi sappia che cos’è la medicina nel Marocco. La medicina v’è esercitata quasi unicamente dai ciarlatani, dai negromanti e dai santi. Qualche sugo d’erba, il salasso, la salsapariglia per il morbo celtico, la carne secca di serpente o di camaleonte per le febbri intermittenti, il ferro rovente per le ferite, certi versetti del Corano scritti in fondo ai recipienti dei medicinali o sopra un pezzetto di carta che il malato porta appeso al collo, sono i rimedi principali. Lo studio dell’anatomia essendo vietato dalla religione, è facile immaginare a che cosa si riduca la chirurgia. Basterà dire che i chirurghi strappano le tonsille colle dita