Pagina:De Cesare - Roma e lo Stato del Papa I.djvu/122

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104 capitolo vii.

quasi sempre in forma di confidenza, e ad esso aggiungeva una simpatica nota quel pastoso e quasi musicale accento natio. Spesso era un bisticcio o monito, in forma di domanda e risposta. Sono ben noti i sonetti del Belli, e le così frequenti pasquinate.


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La borghesia era più affiatata con la prelatura anche per comunanza d’origine. Erano i ceti medii delle due gerarchie; la prelatura, governando di fatto le cose temporali dello Stato e della Chiesa, aveva più intimi contatti col mondo laico. Mercè la prelatura e il cardinalato poteva la borghesia pervenire all’aristocrazia, come avvenne agli Antonelli, e come al principio del secolo scorso era avvenuto ai Torlonia, per ragioni di ricchezza. Benchè esclusa dagli uffici più alti e lucrosi dello Stato, essa svolgeva la sua attività nelle libere professioni e negl’impieghi, esclusivamente laici, delle poste, dei telegrafi, delle dogane e delle ferrovie. Cominciava così a perdere il vecchio carattere di clientela, nonostante che niuna fosse abolita delle mille anomalie di quella strana società, per cui ai laici era solo permesso coprire impieghi minori e poco retribuiti; e se loro era dato di entrare nella magistratura mercè concorso, non potevano però spingersi oltre il tribunale di prima istanza, dovendo la magistratura di appello, e quella suprema, esser composta di soli prelati. Ed esercitando la professione forense, dovevano i laici sottomettersi alla vecchia procedura, per cui non vi era difesa orale nè pubblica, e l’ingegno dell’avvocato poteva solo affermarsi nello scrivere, in buon latino, le memorie civili e le canoniche, e nelle informazioni ai magistrati, soggette a curiosi obblighi. Dai giudici di Rota, per esempio, gli avvocati laici, fino agli ultimi tempi, dovevano recarsi in abito talare, in carrozza chiusa e in determinate ore del giorno, nè rimanervi oltre l’Ave Maria, perchè in casa di que’ magistrati era di prammatica non accendere lumi, finchè durava l’informazione. Col cumulo degli impieghi, che non era permesso, ma generalmente tollerato, riusciva ai laici di mettere insieme discreti assegni. I cumuli facevano vedere le cose più bizzarre: un impiegato, retribuito in più amministrazioni, finiva col non prestare in nessuna di