Pagina:De Sanctis, Francesco – Alessandro Manzoni, 1962 – BEIC 1798377.djvu/404

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398 nota
Or noi ci dimanderemo: qual’è la forma che Manzoni dà al suo ideale? in che modo egli lo sente?

        Lo sente egli, come si dice, in sé e per sé come un filosofo? C’è tutto questo in Manzoni, ma non v’è il moralizzatore e l’uomo politico al di sopra dell’artista: v’è però tutto questo nel suo animo,- ed il suo lavoro vi produce l’impressione morale, l’impressione politica. Manzoni sente il suo ideale, e questo sentimento si traduce in lui nel bisogno di darle [sic] forma che noi diciamo plastica.

Ed in fatti quando egli ha in mano un personaggio, non lo abbandona finché non gli abbia dato esistenza, morale, tutto. Questa disposizione a concretizzare è la forza artistica, sicché Manzoni è principalmente artista.

Ma in che modo egli mette in questa forma plastica i suoi personaggi? Qual’è la sua posizione speciale dirimpetto al suo mondo? Quando l’ideale, o signori, si affaccia per la prima volta ad un poeta, egli se ne entusiasma, perché è tutto bellezza, e vuole che tutti debbano amarlo: egli dunque lo sente come ideale non ancora calato nell’esistenza; e quando piglia il pennello per fissarne la figura, che cosa sarà la sua creazione? Astratta, nuda, poco storica, e ciò lo vedete nell’Alfieri quando l’ideale di libertà si presenta innanzi alla sua mente, ed egli lo vagheggia dopo tre secoli di dispotismo; e con un nobile sentimento che l’Italia non fosse difficile opra a compiere, noi vediamo in tutti i suoi personaggi molta passione, ma poca realtà: e questa è la sua tragedia, forme scarne, e senza condizioni che rendano storici que’ personaggi, onde la forma di quella poesia è l’illusione.

Ma quando quell’ideale vien messo nel mondo della realtà, egli s’incontra con la corruzione, ed al primo urto di essa, senza esperienza com’è, cade nel fango e nel sangue ed allora quell’ideale si presenta sotto la forma del disinganno.

Ed il disinganno non è la vita reale, perché quando io vedo sprecato quello che io amava, invece di dimandarmi il perché, io mi ribello contro la realtà e la impreco. E questa forma è rappresentata nel Jacopo Ortis, dove l’amante di Teresa, imprecando al mondo, finisce nel sangue.

Ora credete voi che Manzoni sia un fanatico, come un Vescovo Dupanloup, che vedendo il suo ideale contrariato ed urtato nella realtà, esca in esclamazioni, maledicendo a questo secolo? Niente affatto. Manzoni parte da un sentimento della vita positiva, che se in lui è esagerato, costituisce non pertanto la fisonomia dell’artista. Egli comprende che la vita è ben diversa dall’ideale, e non se ne indegna; ché anzi se vede qualcuno indegnarsene, egli sogghigna, ed è questo sentimento proprio dell’ironia che è vagheggiata dal Manzoni, che costituisce il carattere dell’arte moderna.

E per far meglio intendere questo concetto lo spiegherò con un esem-