Pagina:De Sanctis, Francesco – Alessandro Manzoni, 1962 – BEIC 1798377.djvu/410

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404 nota

ciottoloni, e poi vigne, campi sparsi di terre e villaggi, fra’ quali Lecco. Quando siamo in terra il lago diviene oggetto da guardarsi da lontano, e vengono innanzi le strade del paese, più o meno ripide o piane, alcune volte affondate fra due muri, donde non si scorge che un pezzo di cielo, e l’altre elevate su terrapieni aperti, donde la vista spazia per prospetti più o meno estesi.— Qui naturalmente viene un momento di tentazione estetica per l’autore. Dall’alto di quelle strade vi sono de’ prospetti sempre nuovi; voi vedete dove un pezzo e dove un altro di quel variato specchio dell’acqua del lago, dove chiuso fra un andirivieni di montagne, dove allargato fra altri monti, che il lago riflette capovolti con i paeselli che stanno sulla riva; quel lago che va a perdersi in lucido serpeggiamento tra’ monti che l’accompagnano, e che si digrada con essi sull’orizzonte. In questa scena v’è qualche movimento estetico, perché non c’è niente di più poetico; ma il Manzoni non vi dice le impressioni ch’egli ne risente; egli vi abbozza bellamente le figure che se ne veggono, e lascia al lettore di avere quelle impressioni che se ne possono avere. Sicché anche il plastico è il fondamento delle descrizioni manzoniane, descrizioni che non si possono dimenticare, perché in esse vi ha un ordine ed una successione, che vi sembrano un’azione che si sviluppa sotto i vostri occhi. Ed ora che abbiam discorso della forma del Manzoni, vediamo fino a qual punto essa è potente. Noi dividiamo la potenza di creazione artistica in tre gradazioni, il talento, l’ingegno e il genio. Il talento è vita meccanica, e ad averlo riescono anche i mediocri; e così volgarmente noi diciamo talento di osservazione, che si riferisco appunto ad un fatto meccanico. Tutti i poeti mediocri però hanno il talento: l’immaginare per esempio una generalità qualunque, formar 10 parti, sicché non abbiano fra loro dissonanza, aggiungere un po’ di colorito dell’immaginazione è il talento di poeti come Prati e Regaldi, i quali sono poeti di secondo ordine. L’ingegno poi è di molto pochi. Esso è la seconda vista, vista interiore, che vuol dire guardare lì di dentro dal di fuori. Goethe dice che il tesoro si deve cercare nelle profondità della terra, ed Heine che la scienza sta ne’ profondi recessi della natura. Or bene questo investigare profondo si chiama vista dell’ingegno, il quale può essere anche naturale o fisico; ed a differenza di essi, come del filosofico, l’ingegno poetico non è visione ma forza produttiva, perché deve spiegare la vita e realizzarla: ond’è che per lui non basta vedere bene i caratteri, la parte interiore, che basterebbe pel filosofo, ma riprodurli e presentarceli in azione. Ma chi ha questa forza deve avere di più la volontà di esplicarla, perché non esplicata, la sua forza rimane oziosa, insodisfatta. Un poeta per esempio a cui manchi la forza produttiva per mancanza di calore vi produce cose, come le tragedie del Gravina, aride perché non aveva il genio, ed egli si annoiava e non era tutto nella sua produzione. E qui