Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/145

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xiv. 1821-22 - due canzoni patriottiche 139
E allora, che giova celebrare i giuochi pubblici, a imitazione degli antichi? Pindaro celebra le famiglie e le città ne’ nomi de’ vincitori e dei vinti: onde l’intonazione epica dei suoi canti. Ivi è un mondo vivo e gioioso, presente nella coscienza del poeta e degli spettatori. Ciò che ivi è inno, qui diviene elegia, mista di esortazioni, alla cui efficacia il poeta medesimo crede poco. I giuochi fortificano corpi e spiriti: avvivano la virtù nativa, accendono il desiderio della gloria, l’amor della patria: i vincitori di Maratona vinsero prima nei giuochi. Questi pensieri sono i luoghi comuni dell’argomento, altamente intonati, massime nella seconda strofa. Ma ecco ora spuntare Leopardi. Tutto è vanità, tutto è falsa apparenza, tutto è giuoco, la vita stessa è giuoco; vanità è la menzogna, e non meno vanità è il vero. Nessuno penserebbe a fare questa obbiezione; ma ci pensa Leopardi, lui che giudica la vita appunto così. E se la vita è vana, tolti sono gli stimoli alle forti opere, e l’uomo alla sudata virtù deve preferire l’ozio femminile. Al che non è altro scampo, se non restaurare nei petti i lieti inganni, i forti errori di cui ci soccorse natura, riaccendendo con l’educazione l’amor della patria e della gloria. Concetto già adombrato nella canzone al Mai, qui gittato come un incidente, e che sarà appresso fecondato. È un compromesso dell’intelletto col cuore, della teoria con la vita pratica, uno sforzo sofistico per fuggire la indeclinabile conseguenza di una dottrina apatica, fissata già nel cervello.

      E qui il soggetto sarebbe esaurito; e se finisse qui, sarebbe povera poesia. Il poeta potrebbe sviluppare questo concetto, e ricamarci su due altre strofe. Facile è mostrare gli effetti benefici di una educazione virile, che muti gli «ozi oscuri» ne’ e gloriosi studi «. Ma il suo umor nero non gli consente liete immagini, e male egli può restituire negli altrui petti quelle nobili illusioni, che sono morte nel suo. Che patria? e che gloria? Alla patria sta sopra l’ultima rovina, e che gloria può venire da una tale patria?

Chiaro per lei stato saresti allora
Che del serto fulgea, di ch’ella è spoglia.
Nostra colpa e fatai. Passò stagione;
Che nullo di tal madre oggi s’onora.