Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/146

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Dunque? che giova affaticarsi? che giova virtù? a che questi giochi? a che questa educazione? E per sfuggire alle strette di questo tenibile dunque, gli viene innanzi una idea affatto nuova, derivata dalla sua dottrina, ma che gli si presenta per la prima volta, e dà alla canzone una conclusione inaspettata.

      Se non ci è patria e non ci è gloria, se la vita non ha pregio e non ha scopo, una forte educazione è buona a istillarci il dispregio e l’obblio della vita, gittandoci in mezzo a’ pericoli.

Nostra vita a che vai? solo a spregiarla:
Beata allor che ne’ perigli avvolta.
Se stessa obblia, né delle putri e lente
Ore il danno misura e il flutto ascolta;
Beata allor che il piede
Spinto al varco leteo, più grata riede.

La vita ti è più cara quando corri pericolo di perderla. Un concetto simile espresse Berchet:

E quel sole gli apparve più bello
Che perduto in eterno credé.

Ho citato Berchet per notare la differenza della forma. Qui ci è un sapore di moderno e popolare più vicino a noi, ancorché un po’ negletto. Ci si sente il vivo e il contemporaneo, dove ne’ versi leopardiani si sente il classico, una forma densa, carica di oggetti, più pensata che sentita.

L’idea di Leopardi ha un gran valore psicologico, segnando i fenomeni poetici di un’anima scettica, malattia del secolo. L’uomo, solo, senza patria, senza famiglia, senza amore, senza gloria, con quel tarlo nel cuore della vanità universale, ha bisogno di emozioni per sopportare le ore putride e lente di una vita senza scopo, per fuggire la noia. Ciò ch’egli fa non è per la patria o per la gloria, è per sé, per rendersi possibile la vita:

Ma per te stesso al polo ergi la mente.

O questo, o il suicidio, è la conseguenza dello scetticismo nella vita pratica. Giocare la vita per obbliarla, e sentire tutte le