Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/288

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282 giacomo leopardi

posso disporre ora e dell’avvenire non saprei, mi appiglio all’ultimo, e consacro questi studi a lui che, col Manzoni, è ritenuto ciò che di più alto ha avuto l’Italia nel nostro secolo.

Per fare una critica del Leopardi bisogna uscire dal sistema ordinario e cercare, innanzi a tutto, e porre avanti ad essa una base di fatto. La critica, che opera colla sola intelligenza e non tien conto di questa base, è una critica «a priori»; e in gran parte tal’è la critica fatta sinora intorno a Leopardi.

Cos’è questa critica? Pigliate una poesia e non dite chi è l’autore, e non il tempo in cui apparve: la poesia si presenta da sé. Senza pure sapere se sia di Leopardi, se sia del secolo XVIII o del XIX, voi potete applicarvi certi criterii artistici, che vi sono suggeriti dall’intelligenza. Quelli che credono in Aristotele ed in Orazio, la giudicano con Aristotele e con Orazio; quelli che hanno imparato l’estetica di Hegel, applicano l’estetica di Hegel. Questa chiamo critica «a priori»: il lavoro considerato indipendente dallo spazio e dal tempo.

Io, per esempio, ho scritto un saggio sulla canzone di Giacomo Leopardi Alla sua donna, e quel saggio, quantunque pubblicato durante la mia emigrazione, non era che una reminiscenza di lezioni fatte nella mia scola antica, prima del 1848. In quella scola s’era dato bando alla rettorica, s’era divenuti familiari con le critiche e con le estetiche allora in voga, col Villemain, col Cousin, con lo Hegel stesso, perché insegnai lo Hegel due anni. È naturale che il maestro non abbia che applicato a quella canzone tutti quei criterii estetici.

Siffatta critica può anche stare, ed essere vera se, sopra a tutto, il lavoro dell’intelligenza è accompagnato da squisitezza di gusto e di sentimento. Se siete un uomo di gusto e anche di giusti criterii d’arte, potete farla, la critica «a priori»; ma è sempre critica insufficiente, che non tien conto di certi elementi vivi anche dell’arte e che danno la fisonomia al lavoro. Quando con l’intelligenza si applicano de’ caratteri poetici ad un lavoro, essi li abbiamo nelle loro generalità, come li dà la scienza, ma non li vediamo emergere dal cervello dell’autore, dal suo stato psicologico, dalle condizioni del suo tempo, che pur danno a quei caratteri vita e realtà.