Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/40

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34 giacomo leopardi

dita di Monti e di Giordani, i due principi delle lettere, campo chiuso di passioni e di lotte letterarie, raccoglieva in sé la parte viva della nostra coltura. In Roma dominava la filologia, in Milano la letteratura, quel non solo intendere e commentare gli autori, ma gustarli e goderli.

Leopardi studiava come filologo. Giulio Africano era a lui così importante, come Omero o Dante. Giunsegli la Biblioteca italiana dell’Acerbi, ove spuntavano le prime lotte tra classici e romantici, con articoli di Monti e di Giordani, e gli si aprì un altro cielo, e mirò a Milano, Mandò lui pure qualche articolo all’Acerbi, cortesemente rifiutato. E il giovane non se ne sdegna, anzi lo ringrazia dell’«obbligante maniera»; e se qualche suo scritto poteva recare un minimo giovamento al giornale, farebbe quanto era in lui «per mostrargli più chiara l’ossequiosa sua servitù». Così scriveva l’ignoto Leopardi al notissimo Acerbi.

Allora si volge allo Spettatore dello Stella, e manda a costui i suoi manoscritti letterarii, come aveva mandato a Roma i suoi manoscritti filologici. Manda il Saggio sugli errori popolari degli antichi, e i Discorsi intorno a Mosco e alla Batracomiomachia con le due traduzioni.

E non ebbero miglior sorte. Quelli rimasero presso il De Sinner, e questi presso allo Stella, dimenticati.

Questo non lo scoraggia, anzi lo stimola, e volge in mente qualche cosa di grosso. — Monti ha tradotto l’Iliade, non potrei io tradurre l’Odissea? — Affaticare intorno a scrittori oscuri non è valso neppure al Monti, prova il suo Persio, E mette mano al primo libro dell’Odissea, e lo manda caldo allo Stella, che voleva invece una traduzione dell’Apollonio Rodio. Leggete le due lettere allo Stella.

Ed ecco il giovane in istampa, ecco uscir sullo Spettatore il suo saggio sull’Odissea con alcune sue parole al pubblico. Per tradurre l’Odissea ci vuol dottrina, e il giovane, che non si sente ancora un letterato, parla della sua dottrina in tuono di sfida, sicuro com’è del fatto suo. E a proposito di una parola greca cita a piè di pagina Pindaro, Euripide, Sofocle, Cicerone, Strabone, Pausania, Plutarco, e fino, Dio mi perdoni, un Agathe-