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158 la giovinezza


Cominciai pure a essere un po’ restio agl’imprestiti. Pareva che la borsa mia non fosse mia: ciascuno vi attingeva sotto nome d’imprestito. Quando incontravo qualcuno, quegli mi sfuggiva come un creditore. Mutai la servitù, ch’era gran parte di quella dissipazione, visto pure che molti oggetti sparivano di casa a vista d’occhio.

Cosi misi un po’ d’ordine in casa, e potei con cuore tranquillo passar le vacanze sull’Arenella, in una villetta. Venivano a visitarmi i miei giovani, e passavano con me la giornata, e tanto per non perder l’uso, facevo lezioni alla peripatetica, per il Vomero e per Antignano. La sera mi recavo a una villa vicina, dove si faceva tavola da giuoco. Venivano parecchi amici da Napoli e si formava una compagnia scelta e allegra. Là rividi il Pisanelli, mio antico compagno nella scuola del Marchese, e già innanzi nella carriera forense. Era un bel giovane, persona alta e svelta, volto pallido, pieno di distinzione, con occhi languidi, dolcissimo di favella e di modi. Faceva crocchio intorno a sé e, come si direbbe oggi, posava. Gli occhi delle signorine erano sopra di lui. Vestiva con eleganza, profumato, con la chioma ben pettinata. Io lo guardavo incantato. Uso a stare così alla buona e alla naturale, semplice di parola e di modi, mi sentivo piccolo dirimpetto a lui; mi pareva una divinità, ma, come dissi poi ai giovani col mio linguaggio scolastico, un tipo di eleganza un po’ manierata. Si fece un po’ di conversazione. Tra quella gente lambiccata io ero una figura insignificante, stavo tra la folla, non facevo spicco e nessuno mi badava. Poco fatto alla conversazione, sgraziato e confuso in tutti quegli usi convenzionali di una società elegante, stavo più volentieri a guardane le vicende del giuoco, senza capirci un ette. Conoscevo un po’ la scopa e lo scopone; ma non capii mai il mercante, che si giocava in casa dello zio, e tanto meno il mediatore e la calabresella, che non avevo visto mai. Pure, a forza di guardare, ci capii un poco. Una sera si giocava il mediatore, e mancava il quarto. Pisanelli mi fece ressa, perché il quarto foss’io, e per cortesia presi posto. Gioca e gioca, perdevo sempre, il piattino era tutto pieno. — Che bella cosa una sola ora! — disse Pisanelli, guar-