Pagina:De Sanctis, Francesco – La giovinezza e studi hegeliani, 1962 – BEIC 1802792.djvu/165

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la scuola 159

dando il piattino. — Sola!, — gridai io, e Pisanelli gettò gli occhi sulle carte. — Sola!, temerario, — noto lui, con quella sua aria di maestro che m’imponeva. Io non potei tirarmi indietro, ancorché tutti dicessero: — Riflettete! — . Il mio amor proprio m’incapricciva. Si fece un gran cerchio intorno a me. Avevo molte carte simili, ma mi mancava il due, e se questo non cadeva, l’era finita. Io gitto il tre, e il cuore mi diceva: «Non cadrà il due». Ma ecco, il due cade, e io gitto le carte col riso trionfale d’un imperatore che ha vinto la battaglia. Ci fu un urlo, batterono le mani, e io mi misi in tasca non so quanti carlini: una cosa straordinaria. E come sono piccoli gli uomini! Quella scena mi è rimasta impressa, e per più tempo sono andato raccontando il caso bizzarro a questo e a quello, e anche oggi m’è venuto in mente.

XXVII

LA SCUOLA. PROPOSTA DI MATRIMONIO.
IL MARCHESE E I GIORNALI

Anche quest’anno il Marchese veniva tutti i mercoledì per la traduzione; talora anche il sabato, destinato all’esame dei componimenti. Parecchi giovani erano molto innanzi per purità e castigatezza di scrivere, e la loro traduzione era scelta per lo più come la migliore, sulla quale il Marchese faceva poi la sua correzione. Tra questi puri scrittori, che egli aveva in maggior conto, erano Vincenzo Siniscalchi, Francesco Corabi e Agostino Magliani. Il Marchese teneva ancora la sua scuola di perfezionamento, ma nella sola domenica. Ci andavano alcuni giovani miei, come Bruto Fabbricatore, Matteo Vercillo, Alessandro Parlati, venuti a me fin dal primo anno, anche Siniscalchi, e credo pure De Meis. Di questi, Fabbricatore lasciò la mia scuola, venne nella buona grazia del Marchese, e gli rimase accanto, assistendolo in tutti i suoi lavori. Era giovane laborioso, pratico della lingua, e per la natura della sua mente poco atto ad altro