Pagina:Deledda - Cattive compagnie, Milano, Treves, 1921.djvu/12

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3 cattive compagnie


Ella era lì davanti a lui, sana, fresca, amorosa, egli la guardava con desiderio e diceva:

— Pottoi, vieni qui.... Manda al diavolo quella focaccia! Vieni qui ho da dirti una cosa....

Pottoi fingeva di non sentirlo: le premeva più la focaccia che l’invito di lui.

Egli cercò di sollevarsi, ma non potè; stèse le braccia e gli parve che le sue dita, semi-paralizzate da un intenso formicolio vibrassero a un tratto come corde metalliche.

— Pottoi! Aiutami. Che ho?

Allora la donna parve spaventarsi. Lasciò la focaccia e gli si avvicinò: ma quando si accorse che egli aveva le mani e la faccia tinte di carbone non volle toccarlo. Egli rimase cosi, a lungo, supino, con le braccia tese e le mani e i piedi agitati da un formicolìo doloroso: la moglie, svelta e bella nel suo costume giallo e violaceo, lo guardava dall’alto coi suoi occhi grigi, carezzevoli, e rideva. Il suo viso bianco* e rotondo pieno dì fossette, le sue labbra sporgenti, i suoi occhi socchiusi e voluttuosi provocavano maggiormente il giovane marito. Egli fece uno sforzo estremo per sollevarsi e si svegliò. Davanti a lui nell’apertura della capanna biancheggiava il quadro melanconico di cala Delunas. La luna cadeva sul mare grigiastro; i mucchi del carbone si disegnavano