Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/141

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padrona e servi 135


nando rapido col vento attraverso la landa nera chiusa dai monti neri e dal mare grigio.

Dopo una mezz’ora di viaggio credette giunto il momento di mettersi le scarpe rubate; sedette sul paracarri, e dopo averle infilate le palpò bene, contento che fossero morbide e larghe: ma così curvo sentì di nuovo, all’improvviso, un senso di degradazione che lo avvilì.

— E se mi inseguono? Bella figura! Che dirà mia moglie? Mettiti almeno a rubare qualche milione, non un paio di scarpe usate, Elias Carài!

— Il milione! A trovarlo! Lo prendo subito, — aggiunse beffandosi di sè, allungando i piedi e muovendo le dita dentro le scarpe. Ma, cosa strana, i piedi palpitavano, ardevano, pareva stessero malvolentieri là dentro.

E quando egli riprese la strada tenendo sotto il braccio le sue scarpe per rimettersele e buttar via le altre in caso d’inseguimento, non gli riuscì più di camminar rapido come prima: le gambe gli tremavano, ogni tanto si fermava sembrandogli di sentir passi dietro di lui.

L’alba che saliva dal mare pallida dietro un velo di nebbia lo spaventò come un fantasma. Adesso potevano vederlo anche i viandanti che avrebbe incontrato lungo la strada diretti ad Orosei; e là giunti, sentito il fatto delle scarpe rubate, potevano dire: «sì, abbiamo incontrato un uomo che andava sospettoso con un involto sotto il pastrano....»