Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/168

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162 la scomunica


Uno dei tre riaccompagnò il servo fino alla sorgente, dove rimase in vedetta; gli altri due bendarono la donna con un fazzoletto nero e la presero per mano.

— Non abbiate paura, donna! Se egli è svelto, stasera sarete libera.

Ella camminava e inciampava, cieca, gelida; le pareva di sognare e di volersi svegliare e di non poter aprire gli occhi: finalmente la fecero sedere su una pelle di montone, in un luogo freddo, e le lagrime caddero dalla sua benda nera come pioggia dalle nuvole.

Quante ore passarono? Ella credette di star lì sette anni: la pelle diventò calda quasi fosse ancora sul montone vivo, e gli uomini s’addormentarono. Ma ella non pensava di fuggire, nè sperava di esser liberata senza il versamento della taglia: solo aveva fiducia nella furberia di Vissenta che non avrebbe consegnato tutti i denari.

Quando le parve che fosse abbastanza scuro da non esser veduta dagli uomini, allungò la mano, e palpò il terreno, e trovandolo molle scavò una buca con le unghie, silenziosa come il gatto. Lasciò passare qualche minuto: trasse quella cosa maledetta e la cacciò nella buca, ricoprendola con la terra e calcandovi su la palma della mano. Le parve di aver vomitato un mucchio di serpi; un senso inesprimibile di sollievo l’alleggerì, e persino il mal di bocca le cessò. Progetti dolci e giovanili le passarono in mente. Nello sfondo nero vedeva il viso di Cristo di suo cugino Juan —